Max Pulver1

Il simbolismo della scrittura2


Traduzione dal francese di Rita Negro


La scrittura conscia è un disegno inconscio


Primo capitolo.

Considerazioni preliminari.

Il senso e l’amore per le scritture sono cose spontanee. In un preciso momento della nostra vita le loro forme grafiche cadono bruscamente sotto il fascio luminoso della nostra coscienza. Ma, molto prima del primo sguardo che ci ha fatto distinguere e notare le forme proprie di alcune lettere, di certe parole o di tutta una scrittura, i grafismi hanno esercitato un’azione di cui non avevamo coscienza. Perché la reazione di simpatia e di antipatia verso le scritture ha luogo in gran parte al di là della soglia della percezione. Questa reazione, molto accentuata nelle donne e negli adolescenti, per niente nel bambino che ha ancora un rapporto molto debole con la scrittura o che la scuola ha disamorato dall’attività grafica, si perde più tardi con l’orientamento obiettivo che esigono gli anni dello sviluppo professionale o si fa avanti in futuro.
Il fatto che le forme o l’atmosfera stessa di una scrittura ci tocchino spontaneamente non ci appare dunque che relativamente tardi, malgrado l’azione latente che esiste da molto tempo prima. I bambini mostrano un interesse per tutto ciò che un grafismo può avere di vistoso, di eccentrico, di grottesco o di bello, di proprio o di improprio. Ma la loro mancanza di esperienza di vita, la loro incapacità di differenziare il linguaggio ed i concetti, tolgono loro la facoltà di esprimere dei rapporti che, sebbene percepiti, sono troppo difficili da formulare. Da ciò il fatto per cui il talento grafologico, come ogni talento analitico, non può manifestarsi che nell’età adulta Ma sarebbe falso concludere dire che la penuria di attività grafologica conscia nel bambino sia dovuta alla mancanza di esistenza propria di questo talento. Le facoltà logiche e psicologiche di ordine superiore richiedono un esercizio e degli sviluppi prima di potersi manifestare. Noi possiamo ammettere una facoltà di reazione propria in questo ambiente, precoce ma latente. Io conosco dei casi di ragazze piuttosto che ragazzi che hanno collezionato spontaneamente delle scritture come fa la maggior parte dei bambini con i fiori, i sassi, le immagini e presso alcuni questa tendenza si è trasformata in seri studi di grafologia. Si tratta, qui, di una sensibilità psicofisica che si potrebbe descrivere più o meno così: alcuni non percepiscono la scrittura dapprima come risultato logico e schematico di un bisogno di manifestarsi, ma la percepiscono come gesto. Non è il senso del testo che parla ma il movimento di ornamenti grafici.
Le parole prendono corpo, planano come delle stelle sul fondo dello spazio bianco. La lettera perde il senso astratto di un segno vocale fissato per convenzione. Più nettamente ancora che tutti gli altri elementi, diventa segno, emblema, testa, arma, croce, in una parola simbolo. Colui che reagisce grafologicamente resta prima in contemplazione davanti al grafismo. Senza dubbio alcuni punti di vista, regole, leggi di rapporto, fanno istintivamente parte di questa contemplazione. Ma non appaiono in quanto struttura profilata dal suo apparecchio percettivo. Guarda, contempla: ornamenti movimentati che attraversano il foglio davanti a lui, un vapore si esala che lo mette in uno stato di riflessione sognante.

La scrittura mi parla.

Mi abbandono alla sua atmosfera senza ancora discernere dei dettagli; lo sguardo interiore resta fissato più lontano. E’ una prima fase meditativa, un distacco da sé in un’attitudine contemplativa. In linguaggio scientifico: gli atti coscienti di combinazione logica, e soprattutto gli atti di volontà cosciente che qui si ricongiungono, sono tagliati. Darsi, lasciarsi assorbire dalle forme grafiche, essere sensibili agli allettamenti (inclinazioni, attrattive) e alle onde che emanano dalla pagina scritta, ecco i segni distintivi del grafologo passivo.

Grafologo è dunque, prima di tutto, colui che è toccato dalla qualità strutturale, dai dati immaginati della scrittura.

Non come il maestro di calligrafia, dal suo ordine, dalla sua leggibilità e chiarezza ma dal disegno, dal messaggio psichico che rappresenta, manifestazione spontanea di una vita estranea e vicina talvolta per il ritmo delle forme come quando ci si perde in un sogno davanti ad una pagina scritta o contemplando i segni di una scrittura esotica, cinese o araba. Ciò che è familiare si allontana per una specie di incantesimo, non si lascia più percepire logicamente come succede in una conversazione sentita in uno stato di grande fatica. Non è il senso della comunicazione scritta ma il significato simbolico portato dal gioco dei movimenti dell’immagine grafica che raggiunge gli organi della percezione. Il soggetto ricettivo non è ancora un osservatore, resta dissociato, in uno stato per così dire neutro, apparentemente inattivo; è la scena su cui si sviluppa il gioco movimentato delle forme. Esse si danno a lui con il presentimento vago del loro significato, della loro interpretazione: qualcosa succede in lui e davanti a lui, il grafismo lo tocca, non è lui che cerca di raggiungerlo.

Questo avvenimento porta i tratti caratteristici di ciò che chiamiamo esperienza passiva. E’ da essa che viene l’inesauribile ricchezza del nostro sapere su ciò che non sappiamo. La parola intuizione(Anschauung) che abbiamo così usato per il preludio meditativo della percezione grafica, deve essere presa in un senso molto largo e racchiude l’appercezione visiva fisica tanto quanto una visione interiore, psichica. I tratti essenziali di un grafismo sono molto meno percepiti dall’organo fisico di quanto non sono fiutati, presentiti da un atto prerazionale. Dopo questo stato preliminare di meditazione che consiste nel perdersi per così dire più o meno a lungo nell’impressione generale ( non si tratta soprattutto di un’immaginazione combinativa-attiva e voluta, neppure di un gioco spirituale di analogie, in un parola, di alcun romanticismo intellettuale), il punto di vista si mette a variare. Come l’immagine sulla placca fotografica appare prima nel rivelatore nei punti dell’esposizione più forte, così, dal fondo impreciso del grafismo, dei gruppi di valore diversi si impongono alla sguardo. Delle pressioni fiammanti, per esempio, bizzarri modi di comporre la lettera c, degli ammaccamenti nelle asole e negli occhielli o qualcun altro dei mille sintomi percettibili si alzano d’un colpo nel campo della visione. Alcuni tratti si mettono in avanti e, come un complesso, esigono così vivamente un’interpretazione che non ci si può allontanare da essi come dai mali di un malato che chiede soccorsi. Ma è impossibile capire un dettaglio grafico in quanto dettaglio quanto capire gli atti di un uomo senza conoscenza della sua struttura interiore. Il dispiacere penoso che provocano delle osservazioni incomprese spinge alla ricerca delle leggi su cui esse sono fondate. Così il sensitivo dotato di antenne sottili per le onde psichiche emesse dalla scrittura, il grafologo passivo, come l’abbiamo chiamato, si mette a collezionare, e poi a descrivere delle particolarità individuali e diventa uno scienziato induttivo.

Qui si pone una obiezione. La grafologia sarebbe dunque, in primo luogo, affare di disposizione innata e non potrebbe, per questo fatto, essere l’oggetto di un insegnamento oggettivo. A ciò si può rispondere: l’implicazione di un talento naturale non distingue in alcun modo la facoltà grafologica da altri ambienti scientifici che passano per essere insegnabili. Non solo la scienza senza premesse per eccellenza, la matematica, suppone un talento specifico marcato ma ogni altro lavoro scientifico esige facoltà molto specifiche, di cui non ne dispone che una debole percentuale di adulti di intelligenza normale. In altre parole le disposizioni scientifiche tanto quanto le artistiche sono fondate su un talento speciale. L’attitudine matematica come il talento per il disegno e per la musica si fonda sulla visione interiore. E’ prima di tutto la fine considerata che distingue la scienza dall’arte. Qui impulsività che cerca l’espressione, la strutturazione in modo di elementi sensibili, là conoscenza, sensi raggiungibili in concetti. Qui l’espressione è fine in sé, là non ne è che il modo.

Le particolarità descritte più in alto del processo di percezione psichica sono di ordine prelogico e sarebbe altrettanto valido nell’ambiente scientifico.

La facoltà grafologica è ben specifica ma questo non è un privilegio che le sia particolare. E’ la scienza con il suo metodo analitico; con la sintesi della struttura caratterologica della personalità, il bilanciamento equilibrato degli elementi diventa arte. E’ una via, la più pratica probabilmente,della scienza caratterologica e, in principio, più capace di esattezza delle scienze storiche. Gli avvenimenti storici importanti hanno luogo nei rapporti molto più complessi- dal punto di vista della psicologia individuale- della struttura grafica che è retta da leggi molto definite. In altre parole: l’uomo storico non è che un settore, piccolo, ma molto complicato, dell’uomo reale che riflette la scrittura.

Una volta ammessa la disposizione passiva descritta , si fa avanti una nuova serie di difficoltà.

Nella pratica succede frequentemente che anche degli specialisti in ambito grafologico non dispongano che di antenne psichiche troppo strette o troppo poco differenziate, il valore del loro lavoro soffre fortemente di mancanza di qualità umane fondamentali. Per la sua facoltà di osservazione lo psicologo ha ottenuto una serie di risultati: lo sviluppo sebbene relativamente recente della sua scienza e in particolare della psicologia dei movimenti grafici gli fornisce inoltre una serie di leggi e di regole, grazie alle quali può ordinare in modo sommario le viste acquisite intuitivamente , del resto non c’è altro modo per ottenere una vista (Einsicht) autentica che l’intuizione, che è l’appercezione dei sensi.

Sebbene il movimento grafico sia volontario, quindi sommesso alla volontà cosciente e in apparenza quasi totalmente sotto la sua dipendenza, lo scrivente, anche riflessivo e tendente al controllo di se stesso fa una serie di movimenti involontari che sono sottratti all’osservazione e quindi alla soppressione. Inoltre, più l’atto di scrivere è abituale e più lo scrivente è assorbito da ciò che scrive, più gli elementi individuali della scrittura appaiono intensamente. Il profano tende a sovrastimare la possibilità di variazione volontaria della scrittura ed esagera così l’importanza del materiale ( penna, carta) e quella della mano. Una doppia scuola è necessaria: dapprima un’esatta conoscenza grafica di tutti gli elementi della scrittura, vale a dire non solo delle forme di lettere degli alfabeti usuali (indo-germanici) , ma delle curve e angoli che li compongono, delle principali regole della loro dimensione in altezza, della loro gradazione, della ripartizione normale della pressione ecc.. Oltre a questa conoscenza delle forme grafiche e di una grande sottigliezza nell’osservazione dei più piccoli movimenti, una seconda capacità è necessaria: la percezione dei fatti percepiti.

La scuola francese, che è stata il punto di partenza della grafologia scientifica, ci trasmette un notevole tesoro d’osservazione e di conoscenze sull’uomo. Ma il tutto è rimasto una catalogazione di dettagli, fissa, provvisoria e un po’ schematica.

La teoria delle connessioni psichiche e spirituali e della loro strutturazione nella persona è improntata a una volgarizzazione della filosofia come la pratica, fra altre, la scienza storica. La caratterologia è presa più o meno nel senso che le hanno dato la letteratura e la commedia classica: descrizione del modo di essere dei tipi empirici. Un gruppo di espressioni individuali è piazzato sotto l’impero di una passione (l’avaro, il mentitore,l’eroe) e così la particolarità personale che la sfumatura stessa arriva appena a esprimere, si trova nel rilievo di un tipo dai contorni netti. I grafologi francesi considerano la psicologia come un luogo comune-sociologico o mondano.

La scuola tedesca,al contrario, che si è sviluppata relativamente tardi (ad eccezione di alcuni outsiders come Henze soprattutto), ispirata dai lavori francesi ha, dapprima, tentato di mettere la psicologia scientifica contemporanea al servizio dell’interpretazione grafologica. Da questo fatto la grafologia ha riflesso anche le psicologie universitarie dominanti dell’epoca, dalla psicofisica della scuola di Wundt e tutta l’attitudine sperimentale fino alla psicologia psicologistica fenomenologica della scuola di Lipps. Anche i titoli stessi dei più importanti lavori grafologici, che hanno ancora il loro valore nel momento attuale, portano il segno della loro epoca. Così l’opera di Albrecht Erlenmeyer “La Scrittura” ha come sottotitolo Caratteri principali della psicologia e della sua patologia . Il libro di Wilhelm Preyer ha per titolo Contributo alla Psicologia della Scrittura. Erlenmayer era medico direttore della clinica per malattie nervose di Bendorf, vicino a Coblenza; Preyer, professore di fisiologia in diverse università tedesche. In seguito a questi, il lavoro più importante ha anche un medico per autore, il dottor Georges Meyer. Il titolo è Le basi scientifiche della grafologia 1901. L’empirismo psicologico di questa epoca orienta questo libro ma contiene già come anche quello di Preyer, diversi punti di vista fisiognonomici. Questo primo gruppo di autori è seguito da un’onda di letteratura di volgarizzazione pratica e giudiziaria. Poi appare Klages , i cui lavori debuttano con l’attrezzatura psicologica della scuola di Lipps, si arrichiscono della tradizione, in parte orale di una filosofia (Weltanschauung) occulta che va da Bachofen a Schuler per sbocciare in una metafisica della persona che tiene il mezzo fra quella di Nietzsche e le idee del pessimismo romantico che seguirà. La linea di sviluppo schizzata non è che un primo orientamento. Non si tratta qui di un apprezzamento dei diversi autori e delle direzioni che essi rappresentano, ma di dimostrare che la grafologia tedesca si è sviluppata in stretto contatto con la psicologia dominante dell’epoca. Con Klages, la caratterologia rinuncia al contatto accademico, perché all’epoca, intorno al 1900, la portata culturale accademica delle idee è in dissoluzione. Ricordo qui la simultaneità di fenomeni analoghi che appaiono nelle opere di W. Dilthey e, un po’ modificati, ma comparabili però, nella concezione caratterologica di Georg Rimmel e di Friedrich Gundolf. Il limite psicologico di questo gruppo di produzione è caratterizzato dai due fattori seguenti: dapprima, questi non conoscono ancora (ad eccezione di Simmel nei suoi ultimi lavori) il punto di vista fenomenologico. La considerazione pura, vale a dire che tiene d’occhio i loro sensi e non la loro esistenza nel tempo, degli atti dello spirito e dei fatti è sempre ancora mescolata di empirismo, di realismo psicologico. In secondo luogo, la psicanalisi, nelle sue origini (Freud) come nelle sue ramificazioni principali (Adler, Jung, Stekel) non è accettata per ragioni speculative o affettive. Così l’immenso ambiente dell’inconscio che ingloba circa i quattro quinti dell’essere umano è degradato al rango di pre-stadio del conscio. Il non scorto, l’inosservato, qualunque nome gli si voglia dare diventa coscientemente o no un grado preliminare dello psichismo conscio. La sua essenza non è raggiunta, dalla sua definizione negativa si trova razionalizzato e così si restringe più di quanto convenga il campo dell’esperienza empirica. Non si può, non di più nella vita che nella scienza, accontentarsi di giudizi di valore, ma bisogna avere grande cura di evitare che essi non si arroghino una estensione e un assolutismo indotti. Lo sviluppo di una scienza è altrettanto minacciato da una metafisica personale che da una cieca specializzazione. Senza volere identificarci con tutte le tesi della fenomenologia o della psicanalisi dobbiamo applicare alla grafologia i risultati di questi due metodi. Tutto quello che, ancora oggi, nella conoscenza psicologica e di conseguenza grafologica, è considerato come andante da sé è la verità di ieri. Un osservatore grafologo coscienzioso, per esempio, che si dà una pena inaudita a decorticare i segni più minuscoli (uno sforzo che io apprezzo in sé altamente) si serve, per contro, senza alcuna critica, di idee e di concetti psicologici. Li impronta in blocco ad un’autorità riconosciuta ed è tutto contento di poter ritornare al suo soggetto vale a dire all’osservazione esteriore. Ma, come ho descritto più in alto, l’attitudine grafologica esige un punto di vista doppio. Perché un’osservazione che non è stata compresa rimane cieca. La percezione interiore e la facoltà d’introspezione sono tanto importanti per il valore di un’analisi quanto la differenziazione di constatazioni obiettive. E’ necessario disfarsi nella misura del possibile di idee convenzionali sull’essenza dell’essere umano , se si vuole raggiungere il senso fondamentale dell’espressione grafica. Per raggiungere l’espressione in modo adeguato, è assolutamente necessario conoscere le rappresentazioni inconsce che agiscono sull’atto grafico.

L’uomo che scrive disegna inconsciamente la sua natura interiore.

La sua scrittura conscia è un disegno inconscio, segno e ritratto di se stesso.

1 Grafologo svizzero; fu anche filosofo, poeta, scrittore.

2 L’opera venne pubblicata in Svizzera nel 1931.